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Tag: Fuori dal coro

Il mestiere dell’ospitalità è un’arte di sottrazione

C’è un momento, nella vita di ogni hotel, in cui ci si accorge che la qualità non nasce dalle aggiunte, ma dalle assenze.
È controintuitivo, quasi eretico: viviamo in un settore che per anni ha costruito valore sommando servizi, pacchetti, amenities, procedure e, talvolta, complicazioni travestite da professionalità.
Eppure, più passa il tempo, più mi convinco che il vero mestiere dell’ospitalità sia un mestiere di sottrazione.

Lo capisci quando entri in un hotel che “funziona”, uno di quelli in cui il check-in non è una liturgia, ma una transizione dolce.
Non aggiungono calorosità, non aggiungono frasi fatte, non aggiungono fronzoli: tolgono frizioni.
È in quel silenzio operativo che l’ospitalità diventa un fatto quasi naturale, come il vento che si infila nella hall senza bisogno di essere annunciato.

Il paradosso è che per arrivare a togliere bisogna prima aver visto tutto l’eccesso.
Bisogna aver conosciuto l’hotel che si incarta nella propria burocrazia, dove ogni processo è un corridoio che non porta da nessuna parte: cinque passaggi per fare ciò che potrebbe richiederne uno, tre firme per stampare qualcosa che nessuno leggerà, un service blueprint così affollato che sembra un quadro di Pollock.
Più aggiungi, più perdi la forma.
Più perdi la forma, più lo staff suda per inseguire standard che non ricordano più da dove sono nati.

Il problema non è il personale: è il design del lavoro.

Perché l’hotellerie moderna ha una tentazione pericolosa: confondere il “fare tanto” con il “fare bene”.
A volte vedo hotel che sembrano nati per giustificare la complessità invece che evitarla.
Ogni nuovo software aggiunge un passaggio, ogni nuova politica aggiunge un’eccezione e ogni nuova idea genera un rituale che nessuno sa davvero perché esista.

Vista dall’alto di un tavolo pieno di fogli con flowchart complessi, post-it e appunti in bianco e nero; al centro un unico foglio pulito mostra una linea rossa che collega A a B, simbolo della semplicità nel process design.

Poi, un giorno, entra qualcuno — spesso un direttore anziano, o un giovane che ha capito troppo presto — e fa la domanda che disarticola l’intero castello:
“Cosa succede se togliamo questo?”

E lì, paradossalmente, il servizio respira, la qualità sale, lo staff si alleggerisce e i reparti si riconnettono.
E ci si accorge che ciò che teneva l’hotel in difficoltà non era la mancanza di risorse, ma il peso di tutto ciò che non serviva.

Togliere è un gesto strutturale, non estetico.
Eliminare un passaggio accorcia un flusso.
Cancellare un ruolo di troppo libera responsabilità vere.
Togliere un controllo ridondante restituisce fiducia.
Rinunciare a un’informazione inutile evita errori che nessun manuale avrebbe potuto prevenire.

È quasi poetico vedere un hotel che ha imparato a togliere.
Sembra più luminoso, anche se non è cambiata una lampadina, oppure più efficiente, pur non avendo assunto nessuno. Sembra anche più accogliente, pur non avendo modificato arredi o colori.
È l’armonia dell’essenziale: tutto è lì perché deve essere lì… e niente lotta per esistere.

E poi c’è l’ego.
L’ultima cosa da togliere e la più difficile.
Perché molti processi non sono nati per servire gli ospiti, ma per compiacere chi li ha creati.
Molte procedure non proteggono la qualità, ma l’orgoglio di chi le ha scritte.
Molte rigidità non sono operative, sono identitarie:
“Ho sempre fatto così.”
“Questo è il mio metodo.”
“Nell’Hotel in cui ero prima, funzionava.”

Il giorno in cui un hotel trova il coraggio di sottrarre ego alle decisioni, cambia tutto.
Diventa più leggero, più giusto e più vero.

E allora ti accorgi che progettare un servizio non è definire cosa aggiungere, ma capire cosa togliere senza far crollare la struttura.
Che la vera complessità è la semplicità ben protetta.
Che il KPI più difficile da spiegare (e forse il più importante) è la chiarezza.
Perché un hotel chiaro è un hotel che scorre. E un hotel che scorre è un hotel che vive!

Ci piace pensare che l’ospitalità sia una somma di gesti, di sorrisi, di attenzioni.
Certamente… Lo è!
Ma solo se prima abbiamo sottratto ciò che la soffoca.

La sottrazione, nell’hotellerie, non è minimalismo… è maturità.
È la capacità di vedere ciò che serve davvero e di lasciare andare ciò che serve solo ad appagare il nostro bisogno di controllo.
È un atto creativo, liberatorio e, a tutti gli effetti, la forma più alta di progettazione del servizio.

Perché un hotel, alla fine, non diventa straordinario per ciò che aggiunge,
ma per tutto ciò che ha avuto il coraggio di non trattenere.

Guido Libonati

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Abbiamo capito se il Revenue Management è maschietto o femminuccia?

I miei seminari e i miei corsi di formazione iniziano tutti con la stessa slide:
«Al mondo esistono tante verità quante sono le teste pensanti.»
Non è un vezzo filosofico: è un salvavita professionale.
Perché se c’è un settore che resiste ostinatamente a ogni tentativo di unificazione teorica, è proprio quello dell’ospitalità.
Pensiamo, ad esempio, al Revenue Management!

A volte penso che potremmo discutere del sesso degli angeli con più calma di quanta riusciamo a metterne nel dibattito sul sesso del revenue.
C’è chi dice il RevPAR, chi la RevPAR, chi dice il Revenue, chi preferisce le Revenues perché “fa più internazionale”.
E già qui capisci tutto: un settore che non riesce a mettersi d’accordo nemmeno sul genere delle parole che usa ogni giorno, come può pretendere di avere una dottrina unica?

La verità è che siamo il risultato delle nostre esperienze!
Ognuno arriva a una conclusione, a una teoria o a una formula, attraverso una somma: quella dell’educazione ricevuta, delle aziende che ha incontrato, dei maestri che ha avuto la fortuna (o sfortuna, in alcuni casi) di ascoltare.
Il Revenue Manager che difende la bottom rate come se fosse l’ultimo baluardo della civiltà non è più “nel giusto” del collega che la considera un concetto superato o assurdo o dell’altro ancora che sostiene che un hotel debba averne più d’una allo stesso tempo.
Sono semplicemente tre teste pensanti, tre storie diverse, tre mondi che coesistono!

E allora eccoci qui a osservare discussioni infinite in cui sembra che la teoria sia un fatto personale:
c’è chi non prenderebbe mai una decisione senza osservare il pick-up e chi, invece, vive benissimo senza forecast a 120 giorni… C’è chi considera il RevPAR un KPI fondamentale e chi lo mette all’ultimo posto perché “non ha motivo di esistere”… C’è chi dice che yield e revenue siano la stessa cosa e chi ti guarda indignato solo per averlo pensato.
E il nesting? Superato per alcuni e attualissimo per altri, rinnegato dagli uni o difeso con orgoglio dagli altri.

Due bussole affiancate su sfondo neutro: quella di destra indica il nord con una punta rossa, mentre quella di sinistra punta nella direzione opposta, a simboleggiare le teorie contrastanti nel Revenue Management.

Ma non è solo il revenue a prestarsi a questi cortocircuiti identitari.
Pensa alle dispute eterne in materia di Controllo di Gestione:
USALI come vangelo oppure sistemi costruiti a mano, come si cucirebbe un vestito su misura per un corpo che non rientra negli standard?
Pensa al dilemma dei dilemmi: il caffè. Food o beverage?
Una domanda minuscola capace di aprire crepe filosofiche in consigli di amministrazione insospettabili.
Come se spostare quel grammo di polvere aromatica da un reparto all’altro potesse cambiare il destino di un hotel.
E forse, in modo misterioso, lo fa davvero.

E delle infinite discussioni sul Marketing, vogliamo parlarne?
C’è chi difende il monotarget come un dogma (“Parla a tutti e non parlerai a nessuno!”) e chi, guardando i dati delle richieste che arrivano al booking, decide serenamente che l’unica teoria valida è: “Fatturare”.
Arrivano richieste di gruppi di studenti? Fantastico.
Richieste business? Ottimo!
Arriva la squadra di bocce di Voghera? Che benedizione!
La realtà, come sempre, si diverte a contraddire i dogmi.

Il mondo alberghiero funziona così:
due teorie opposte possono essere entrambe giuste, purché applicate nel contesto corretto.
Non c’è un’unica strada, ma… C’è un unico errore: credere che la propria strada sia l’unica percorribile.
Il resto è mestiere, interpretazione, sensibilità.
È la capacità di leggere un mercato che cambia più velocemente dei manuali che cercano di descriverlo.

Abbiamo superato i listini di alta, media e bassa stagione, ricordate?
Un tempo sembravano eterni (in realtà per alcuni sono ancora attualissimi!)
Oggi sarebbero archeologia.
Chi può dire che le teorie che difendiamo adesso, con tanto fervore, non faranno la stessa fine?
Magari tra dieci anni rideremo dei nostri dibattiti sul profit management (se osservo l’utile, sto facendo Revenue o Profit Management?), sul pricing sotto data (è giusto sbracare i prezzi?) o sull’ADR (va calcolata al netto o al lordo di breakfast e iva?).
Magari scopriremo che il modo migliore per fare revenue sarà qualcosa che oggi non esiste ancora. (A proposito: è giusto dire “fare revenue” o dovremmo dire “applicare i princìpi del Revenue Management”?)

E allora, forse, la domanda iniziale — “Il revenue è maschietto o femminuccia?” — non è solo un titolo clickbait.
E’ più un promemoria:
quando non riusciamo nemmeno ad accordarci sul nome di ciò che facciamo, forse è il caso di accettare che la nostra professione non ha bisogno di certezze granitiche, ma di rispetto, confronto e disponibilità a guardare le cose da angolazioni diverse.

Il settore dell’ospitalità non è una scienza esatta: è una conversazione infinita.
E le conversazioni migliori nascono quando nessuno entra per dimostrare di avere ragione, ma per capire cosa può imparare dall’altro.

Il revenue, alla fine, ha il sesso che vogliamo dargli.
Quello che conta davvero è che continuiamo a parlarne con ironia, con tecnica e con umiltà, ricordandoci che l’unica teoria sbagliata è quella che smette di farsi domande.

Guido Libonati

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Vendita Telefonica

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Prezzi Hotel ai Tempi del Covid-19: Cosa è Davvero Cambiato

Durante la pandemia, molte certezze della gestione alberghiera sono crollate. Tra le più colpite c’è la pianificazione tariffaria, un pilastro del revenue management tradizionale.

In questo articolo voglio portarti una riflessione concreta e pratica su come affrontare la gestione prezzi in hotel in un contesto incerto, dove i modelli pre-Covid sembrano non funzionare più.

I vecchi modelli non funzionano più

Fino a qualche anno fa, la domanda turistica seguiva un ciclo relativamente prevedibile:

  • Agosto? Picchi di occupazione.
  • Capodanno? Prenotazioni anche all’ultimo.
  • Eventi? Incrementi tariffari giustificati.

La curva della domanda era simile anno dopo anno. Le decisioni tariffarie potevano contare sui dati storici. Oggi, però, tutto questo è stato stravolto.

Come il Covid-19 ha rivoluzionato la domanda alberghiera

Ecco cosa è successo — e succede ancora — nel mercato dell’ospitalità:

  • Eventi cancellati o fortemente ridimensionati
  • Meno viaggiatori business, a causa dello smart working
  • Turismo estero assente o ridotto ai minimi
  • Scelte più conservative, con preferenza per destinazioni periferiche o di prossimità
  • Paura e incertezza dovute a notizie allarmanti e ordinanze variabili

Il risultato? Le persone decidono last second, spesso lo stesso giorno.
In molte strutture che seguo, vedo interi blocchi di prenotazioni arrivare dopo le 18 per la stessa notte. Pazzesco.

Prezzi al ribasso: è davvero la soluzione?

Davanti a un mercato così instabile, molti albergatori reagiscono con riflesso automatico:
abbassare i prezzi.

“Gli altri lo fanno”, “tanto siamo ancora al 30%”, “meglio poco che niente”.
Ma è davvero una scelta giusta?

Forse no.

Cosa ci insegna il Revenue Management (anche durante una crisi)

Il revenue management alberghiero nasce per massimizzare i ricavi, non per uniformarsi al ribasso.

Se il mercato è disposto a pagare 100 euro e tu vendi a 50, stai perdendo margini — anche se riempi.
E se hai capito che la tua domanda si concretizza solo sotto data, perché dovresti abbassare i prezzi proprio in prossimità dell’arrivo?

Piuttosto, analizza i nuovi trend della domanda:

  • Quando arrivano le prenotazioni?
  • A che prezzo vendi più facilmente?
  • Che impatto ha l’incertezza sul comportamento del cliente?

E il marketing? Comunica valore, non solo prezzo

Anche il marketing alberghiero ci offre una lezione importante.
Il prezzo non è l’unico strumento per vendere: c’è anche il valore percepito.

Immagina due negozi di frutta:

  • Il primo è economico, ma sporco e anonimo.
  • Il secondo è curato, elegante, ti offre un’esperienza, un packaging, un consiglio su come usare al meglio il prodotto.

Stessa arancia, prezzo diversissimo. Eppure… entrambi trovano clienti.

In conclusione: serve lucidità, non panico

Il mercato è cambiato, sì. Ma non possiamo abbandonare tutto quello che abbiamo imparato.
Il revenue management ai tempi del Covid richiede ancora strategia, analisi e identità.

Se il tuo cliente prenota sotto data, non significa che devi abbassare il prezzo sotto data.
Se i competitor svendono, non significa che devi seguirli.

Significa che devi ripensare le tue leve: valore, comunicazione, flessibilità e… pazienza.

Hai bisogno di una strategia su misura?

Se ti trovi in difficoltà e vuoi capire come affrontare al meglio la gestione prezzi in hotel post-Covid, contattami.
Con una consulenza personalizzata possiamo analizzare i tuoi dati, valutare i comportamenti della tua domanda e impostare una strategia concreta e sostenibile.

📩 Contattami ora per una prima consulenza gratuita.

Guido Libonati

PERSONALE D’HOTEL E REDDITO DI CITTADINANZA

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