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Il collega in ritardo e l’arte zen di non abbandonare il desk

17 Dicembre 2025


C’è un istante, alla reception, in cui la realtà smette di essere un flusso ordinato di check-in, info turistiche e “… la colazione è servita dalle 7 alle 10”… e diventa qualcos’altro.
È quell’istante in cui guardi l’orologio, gli dai un paio di colpetti per sicurezza e realizzi che sì… il collega del turno successivo, quello che doveva darti il cambio, non c’è!

Non è un ritardo… è una tragedia greca! Un buco narrativo nella sceneggiatura della giornata. Un dramma dell’ospitalità, raccontato sempre sottovoce, tra chi sta smontando e chi, nel frattempo, dorme il sonno dei giusti o consulta i turni del mese sbagliato.

Chi deve smontare: l’eroe inconsapevole della continuità operativa

La prima fase è il dubbio:
“Avrò sbagliato io? C’è Paolo oggi? Era quest’ora? Era quest’albergo?”

Poi arriva la negazione:
“Massì, dai… starà parcheggiando…”

Segue il fastidio composto, quello educato, quello professionale:
“Non posso lasciare il desk scoperto… dai, cinque minuti e arriva.”

Infine, la rassegnazione filosofica:
“E niente, resto io. Per sempre. Sarò qui quando inaugureranno il nuovo bar dell’hotel. Un giorno racconterò ai bambini che esisteva ciò che chiamavamo vita privata.”

Perché sì, c’è una regola non scritta e vale in ogni latitudine alberghiera:
nessun addetto al front può abbandonare la nave finché non arriva il collega del turno successivo.

Non lo dicono i manuali… lo dice la realtà. Il desk è un piccolo altare della patria che non può mai restare solo. Anche quando la tua cena è ormai un miraggio e tua moglie ti ricorda che “… siamo tutti a tavola, meno te…”

E così, continui.
Rispondi al telefono come se non stessi vivendo un dramma, sorridi come se quella mezz’ora di panico non ti stesse corrodendo l’anima e gestisci tutto con quella calma che nasce dalla disperazione più elegante, come solo un addetto al front sa fare!

Chi arriva in ritardo: l’acrobata della giustificazione creativa

Poi, all’improvviso, eccolo.
Entra trafelato, spettinato, con gli occhi lucidi di chi ha visto l’abisso dei turni pubblicati due mesi prima.

E inizia la danza delle spiegazioni:

  • “Scusa, mi ero addormentato 45 secondi…”
  • “Ho guardato un turno vecchio, cioè, credo… forse…”
  • “Avevo parcheggiato lontano, cioè vicino… ma poi era lontano.”
  • “Mi ha chiamato mia madre… cioè, non mi ha chiamato ma pensavo…”
  • “No guarda, sono già le otto? Giuro che erano le sei tre minuti fa.”

C’è un candore quasi tenero in questi ritardi fuori copione.
Chi arriva in affanno vive la propria piccola tragedia personale: il senso di colpa che morde, la consapevolezza di aver lasciato il collega in ostaggio del desk, la certezza che dovrà offrire almeno un caffè.
Due, se è weekend.
Tre, se è agosto.

La liturgia del passaggio di testimone

Il cambio turno è un rito.
Uno scambio di informazioni, di chiavi, di responsabilità, ma soprattutto di sguardi sinceri:
quello di chi voleva andare via 40 minuti prima e quello di chi è arrivato col segno del cuscino stampato sul volto.

Non si giudica: si sorride.
Perché in reception esiste un principio di reciprocità cosmica:
oggi capita a lui, domani, forse, capita a te.

Il desk resta lì, non giudica, non si offende, non chiede scusa, ma conosce le verità nascoste dietro i turni:
– chi è puntuale come un check-out delle 10:00,
– chi vive in un eterno fuso orario personalizzato,
– chi “non ritarda mai”, tranne quando ritarda in modo memorabile.

La verità è che nessuno vuole lasciare il collega nei guai

Nessuno lo fa di proposito. Nessuno pensa davvero: “Lo lascio lì, tanto sopravvive”. Succede. È umano. È hotel.

E fa parte di quella normalità caotica che tutti fingiamo di dominare.
Chi smonta si arrabbia ma capisce, chi arriva tardi si vergogna ma recupera e il giorno dopo si ricomincia, con più attenzione, con la sveglia impostata dieci volte e quella promessa silenziosa del “Domani arrivo puntuale anzi… in anticipo!” (Però magari metto tre sveglie).

Morale

Va bene così, fa parte del mestiere! Fa parte delle storie che si raccontano davanti alla macchinetta del caffè… quelle che iniziano sempre con: “… ma ti ricordi quella volta che…”

E in fondo, è anche questo che tiene unito un team. Non l’assenza di errori, ma la capacità di riderci su, di coprirsi a vicenda e di non abbandonare mai e poi mai il desk.
Nemmeno per una cena, per un aperitivo, o per quella serie Netflix che ti guarda delusa dal divano.

Perché il primo comandamento del front office è eterno:
“Finché non arriva il prossimo, il prossimo sei tu!”

Guido Libonati

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